La sofferenza psicologica nell’esperienza migratoria


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Quasi tutti i bambini e i genitori richiedenti asilo che durante la presidenza Trump sono stati separati al confine tra Messico e Stati Uniti riportano, secondo una ricerca compiuta dalla Brown University, i segni del cosiddetto disturbo da stress post-traumatico.

Secondo questo studio, genitori e figli condividono traumi pre-migratori simili e presentano segni e sintomi di trauma non solo legati al momento della separazione, ma anche a quello del ricongiungimento, come sentimenti di confusione, incubi ricorrenti, difficoltà a mangiare e a dormire.

Gli impatti psicologici di una migrazione caratterizzata da violenze, sfruttamento sessuale e torture, sono un tema che riguarda anche le rotte dalla Libia e dai Balcani.

Ad esempio, a Trieste giungono dai Balcani molti minori non accompagnati: parecchi di loro, nei centri che li accolgono, presentano una frequente alternanza di stati d’animo, passando da momenti di allegria e condivisione ad altri di irritabilità e chiusura “a guscio”, oppure di forte preoccupazione per il proprio futuro.

In generale, tuttavia, la condizione psicologica di un migrante che entra in accoglienza è caratterizzata da una forte “ambiguità”: giunti in una terra straniera in cui si è scelto di arrivare, si è ancora profondamente legati alla terra che si è abbandonata.

Chi migra vive una sorta di duplice assenza: quella del paese di origine e quella del paese di arrivo, di cui si avverte la distanza a volte abissale dalla propria cultura e dal proprio sistema simbolico. Si tende pertanto a idealizzare la terra di origine per contrastare il sentimento di sradicamento vissuto nella nuova terra.

Nel disturbo da stress post-traumatico ricadono certamente anche tutti i traumi subiti dal migrante nel paese di origine e durante la rotta, ma non vanno assolutamente sottovalutati gli effetti delle sfide che il migrante deve affrontare nella terra di approdo e il senso di provvisorietà e di incertezza prodotto dal complesso iter burocratico dell’accoglienza e della concessione della protezione.

Un iter così complesso e contorto che porta addirittura i migranti spesso a mentire sulla situazione personale che vivevano nel paese d’origine: ad esempio, spesso i minori non accompagnati dichiarano di essere orfani, quando in realtà non lo sono.

Ma in generale, per avere qualche speranza che una richiesta di asilo risulti accettabile, bisogna inventare una storia particolarmente tragica.

Secondo Roberto Beneduce, professore associato in discipline demoetnoantropologichepresso l’Università di Torino, spesso «la sola possibilità dei cittadini stranieri irregolari di essere riconosciuti è quella di diventare malati», attraverso la somatizzazione (ovviamente non volontaria) del proprio disagio psichico.

Ovvero, la concessione dello status di rifugiato viene subordinata a condizioni estreme, senza riconoscere i traumi reali, le sofferenze concrete che la maggioranza dei richiedenti asilo ha subìto durante il processo migratorio e che vive una volta arrivato nel nuovo paese.

Quanto ai minori non accompagnati, non si dovrebbe necessariamente essere orfani per veder riconosciuta la dovuta dignità alla propria sofferenza, legata al distacco dalla famiglia e dal proprio paese e ad un’esperienza migratoria vissuta senza il conforto e il sostegno di un adulto.

Nota

* Il termine scienze demo-etno-antropologiche designa tutte le discipline storiche che studiano l’essere umano dal punto di vista sociale e culturale.

Fonti: Sito di Melting-pot 21 Dicembre 2021