Afghanistan: chi soffre e chi ha guadagnato

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Torniamo oggi a parlare di Afghanistan, con un occhio rivolto alla tragica attualità del momento ma al contempo cercando di approfondire cosa abbia significato per quel paese l'invasione statunitense del 2001.

Partiamo dai soggetti più deboli: i bambini.

L’Unicef ha registrato 300 bambini afghani evacuati dal Paese, non accompagnati e separati dalle proprie famiglie. Ma è un numero destinato a crescere. Si tratta di bambini che non hanno accanto a loro nessun legame famigliare, per cui sono particolarmente vulnerabili. Per questo l’Unicef ha raccomandato che, mentre si svolgono i processi di tracciamento e ricongiungimento, i bambini dovrebbero ricevere un’accoglienza temporanea presso parenti anche lontani o in un contesto familiare. La collocazione all’interno di centri di accoglienza dovrebbe essere l’ultima risorsa, e solo temporanea.

Secondo Henrietta Fore, direttrice generale dell’Unicef: «I governi dei Paesi in cui si trovano i membri della famiglia di bambini separati e non accompagnati dovrebbero cooperare e facilitare il ricongiungimento [….]. La definizione di membri della famiglia dovrebbe essere abbastanza ampia affinché i bambini non accompagnati possano essere affidati in sicurezza a parenti che si prendano cura di loro. Allo stesso modo, i bambini che viaggiano con adulti di fiducia dovrebbero rimanere con loro se ciò è nel loro superiore interesse. Separare i bambini da adulti che conoscono e dai quali ricevono cure potrebbe causare ulteriori problemi. Tutti i bambini hanno il diritto di stare con le loro famiglie».

Oltre ai bambini che sono riusciti a fuggire dall’Afghanistan, da soli o con le loro famiglie, ci sono 10 milioni di bambini afghani rimasti in patria che hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria. I paesi che hanno invaso l’Afghanistan e che sono responsabili dell’attuale disastro non si dimentichino di loro.

E che dire delle donne? La loro situazione, soprattutto di quelle che si sono impegnate per una progressiva emancipazione da un sistema patriarcale particolarmente duro ed escludente, è al momento davvero tragica.

«Con l’arrivo dei talebani noi donne abbiamo perso tutto: la speranza, la libertà e soprattutto i diritti acquisiti negli ultimi vent’anni. La caduta di Kabul è stato un uragano che ha distrutto tutto. Quello che fa più male è il tradimento dell’America, che dicendosi democratica e paladina dei diritti umani, ci ha lasciato cadere in un buco nero», dichiara Laila Haidani, attivista per i diritti delle donne.

Costrette a nascondersi, in costante pericolo di morte, alcune di loro hanno comunque trovato il coraggio e la forza di manifestare contro il nuovo regime.

Non dimentichiamo che uno degli obiettivi dell’invasione del 2001 era proprio quello di liberare le donne afghane. Laura Bush, alcune attrici particolarmente famose ed anche alcune femministe sostennero che la guerra e l’occupazione erano essenziali per liberare le donne afghane. Hillary Clinton votò entusiasticamente a favore della guerra, definendola il “ripristino della speranza”. Ma gruppi come l’Associazione rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan, un’organizzazione politica che aveva denunciato il fondamentalismo religioso fin dalla sua nascita nel 1977, si erano opposti agli attacchi degli Stati Uniti e al governo sostenuto da Washington. Le femministe afghane non hanno mai chiesto l’aiuto di Meryl Streep e di altre famose attrici: erano infatti convinte che la loro liberazione doveva essere il frutto di un processo che avesse loro stesse come protagoniste e che non poteva essere calata dall’alto, insieme alle bombe che distruggevano le loro case.

Senza dubbio in questi vent’anni le donne di Kabul (ma certo non di tutto l’Afghanistan) hanno conquistato molti diritti, ma, come si è visto, erano conquiste estremamente fragili.

Come giustamente ha sostenuto il giornalista Nico Piro nel suo blog «Molto più che in Iraq, la guerra in Afghanistan ha dimostrato che i conflitti post-11 settembre – quelli che dovevano portare sicurezza – hanno solo generato insicurezza, aggravando la situazione nei luoghi dove si sono combattuti e nel resto del mondo. La cosa più grave del conflitto afghano è che tutto fosse scritto. Gli americani hanno subito una sconfitta perfettamente sovrapponibile – per modalità – a quella che loro stessi avevano determinato per i sovietici. Ne conoscevano le dinamiche in prima persona eppure non hanno esitato a tuffarsi nel Paese noto come “il cimitero degli imperi”».

Per questa guerra sono stati spesi duemila miliardi. Di questi soldi solo 320 milioni sono finiti in cooperazione sociale: tutto il resto in guerra. 

Il risultato? Uno Stato ancora più povero, con quattro milioni e mezzo di profughi (circa il 25% della popolazione). «Con un ventesimo di quei soldi, diceva Gino Strada, l’Afghanistan oggi sarebbe una nuova Svizzera».

Se l’Afghanistan è sempre più povero, c’è però una minoranza per la quale questa guerra è stata un vero e proprio successo.

Parliamo di Boeing, Raytheon, Lockheed Martin, Northrop Grumman e General Dynamics, le 5 principali aziende della difesa (ovvero della guerra) statunitense che hanno visto in questi vent’anni decuplicare i propri profitti.


Fonti: Repubblica dell’8 e 9 settembre, Internazionale del 9 settembre, i blog di Nico Piro nicopiro.it e Giulio Cavalli giuliocavalli.net.