A quando un cambio di rotta per i profughi di Moria?


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Come tutti ricorderanno, nella notte tra l’8 e il 9 settembre un grande incendio è scoppiato nel più grande campo profughi d’Europa, quello di Moria, nell’isola greca di Lesbo.

L’hotspot di Moria era stato costruito nel 2015 per volere dell’Unione Europea: nel centro dovevano essere accolte le persone arrivate dalla Turchia via mare ed era previsto che rimanessero solo per pochi giorni, il tempo di essere identificate prima di essere trasferite sulla terraferma e in altri paesi dell’Unione Europea.

Nel 2017 il programma di reinsediamento dalla Grecia (così come dall’Italia) è stato sospeso e Moria si è trasformata in un carcere a cielo aperto dove le condizioni di vita, come abbiamo documentato in altri articoli, erano intollerabili.

L’incendio, appiccato da chi non sopportava più la disumanità del campo e l’assoluto divieto di uscirne a causa del Covid, ha distrutto la baraccapoli e il centro di detenzione dove vivevano circa 13.000 persone, tra cui alcuni bambini appena nati.

Ho cercato per molti giorni sulla stampa informazioni su quale fosse al momento la situazione dei profughi di Moria, ma le notizie più recenti risalivano …. a metà settembre. Evidentemente la loro sorte non fa notizia, non interessa a nessuno in un’Europa tutta concentrata su se stessa, sulla pandemia e la crisi economica da essa provocata.

Tutte cose gravi, certamente, ma che non ci autorizzano a disinteressarci di chi sta molto peggio di noi. Dal materiale reperito emergeva che il governo greco, subito dopo l’incendio, aveva iniziato la costruzione di un campo militare d’emergenza, mentre i profughi con fragilità avevano rricevuto una casa a Mitilene.

Germania e Francia si erano impegnate ad accogliere 400 minori non accompagnati, mentre l’Olanda si era detta disponibile ad ospitare 100 persone e il governo norvegese 50, dando priorità alle famiglie con bambini. A parte i minori non accompagnati, trasferiti immediatamente sulla terraferma, gli altri sfollati erano stati alloggiati temporaneamente a bordo di tre navi in attesa del nuovo campo di Kara Tepe, sempre a Lesbo, che però nelle intenzioni del governo greco avrebbe dovuto progressivamente svuotarsi entro la Pasqua del 2021 attraverso trasferimenti sulla terraferma per non gravare ulteriormente sugli abitanti di Lesbo.

Poi il 9 Ottobre, sul sito dell’UNHCR, ecco che scopro un appello che ha trovato però scarsa eco sui giornali. L’Agenzia ONU per i rifugiati vi sottolinea l’ulteriore deterioramento delle condizioni di vita dei rifugiati accolti nella tendopoli di emergenza di Kara Tepe in seguito alle forti piogge dell’8 Ottobre, facendo presente che il sito non è attrezzato per garantire la necessaria protezione da intemperie e basse temperature.

Dal momento che il clima si fa sempre più freddo e aumentano le piogge, l’Agenzia sta assicurando la consegna di kit di materiali isolanti, nonché rinforzando le pavimentazioni con bancali e pannelli di compensato per le tende familiari.

L’UNHCR nell’appello fa notare alle autorità greche la “necessità di attuare interventi su larga scala, tra cui dotare prontamente il sito di un adeguato sistema di drenaggio e assicurare soluzioni alloggiative migliori per i più vulnerabili e le loro famiglie”.

Contemporaneamente, l’Agenzia continua a sollecitare un numero maggiore di trasferimenti in alloggi adeguati sulla terraferma ed esorta ad agire immediatamente in tutte le isole greche dell’Egeo. Ma la Grecia, con tutte le critiche che possiamo rivolgere al governo di questo paese nella gestione dei campi profughi, secondo noi non può comunque essere lasciata da sola a risolvere il problema.

Occorre esigere con forza un cambiamento di rotta da parte dell’Europa tutta, anche se questo può apparire un obiettivo molto difficile da raggiungere (visto anche l’orientamento a cui è ispirata la riforma del Patto di Dublino, di cui abbiamo parlato in precedenti articoli).

E’ indispensabile che l’Unione Europea si decida a:

  • Ricollocare nei vari paesi europei tutte le persone accolte finora nei campi di Lesbo e delle altre isole greche in quanto in essi non è possibile garantire i minimi diritti umani
  • Rinunciare in futuro ad un approccio alle migrazioni che intrappoli ancora per anni i migranti in attesa di una risposta alla richiesta di protezione internazionale in campi dalle condizioni disumane e molto simili a prigioni: infatti non a caso vengono ufficialmente  definiti campi chiusi”, dal momento che l’entrata e l’uscita sono strettamente controllate.
  • Mettere in atto politiche migratorie che assicurino protezione invece che esclusione, attraverso una maggiore solidarietà e responsabilità da parte di tutti i Paesi europei.


Fonti:

  • articolo sul sito di Citta Nuova del 14 settembre; articolo sul sito di Sky Tg 24 del 15 settembre;
  • Internazionale del 16 Settembre, articolo sul sito dell’UNHCR del 9 Ottobre, Repubblica del 15 Ottobre