La lettera di Anna Capasso

Anna è stata a Caracoto per 3 mesi, da ottobre a dicembre 2013. Ha vissuto nel Comedor, aiutando in cucina e insegnando inglese ai bimbi della scuola elementare. Attualmente lavora presso SOPRO-ong.


Ho deciso di svolgere il mio tirocinio partecipando ad un’attività di volontariato in Perù. Per tre mesi ho vissuto a Caracoto, un piccolo villaggio situato nell’altopiano della Cordigliera delle Ande, a quasi 4000 m di altitudine, vicino al lago Titicaca. Il centro urbano più vicino si trova a 10 km di distanza: Juliaca, una città esclusivamente commerciale, per nulla turistica, dove l’unica straniera ero appunto io.

Ho intrapreso questo volontariato perché da sempre è stato un mio sogno partecipare a qualche attività in questo campo: volevo provare a vivere in un ambiente diverso da quello occidentale-europeo, in condizioni economicamente svantaggiate rispetto alle nostre. Volevo provare ad aiutare concretamente altre persone, mettermi in gioco e credo di esserci riuscita.

Il mio progetto di volontariato consisteva nel partecipare e dare una mano nelle attività di una scuola primaria e della sua mensa interna. La scuola ed il Comedor (la mensa) sono stati recentemente aperti (il progetto iniziò circa sei anni fa), con l’aiuto del parroco del paese, Padre Manuel, che voleva aprire una scuola che fosse accessibile a tutti, anche ai figli dei bambini più poveri. Padre Manuel era un’ottima persona, che ho avuto il piacere di conoscere molto bene. Il suo sogno, mi raccontava, era quello di “aprire una scuola ricca, per gente povere”.

Essendo Caracoto un piccolo villaggio, la maggior parte delle famiglie non possedeva molto: una povera casa di mattoni ed un pezzo di terreno da coltivare al di fuori del paese. La vita era molto semplice, limitata ai bisogni di base: in Perù letteralmente “si vive alla giornata”, il presente. Il futuro peruviano infatti, è un futuro prossimo, che non va oltre il domani.

A scuola, le mie occupazioni erano molte: aiutavo in cucina nella preparazione della colazione e del pranzo; aiutavo la nutrizionista nel monitoraggio di peso e altezza degli studenti e dell’entrata e uscita degli alimenti dalla dispensa; andavo a fare la spesa tutte le settimane per rifornire la mensa ed infine impartivo lezioni di inglese ai bambini della scuola primaria.

Era la prima volta che mi trovavo a coprire il ruolo di insegnante ed è stata un’esperienza completamente nuova e molto interessante. Mi era stata assegnata un’ora al giorno con tutte le quattro classi di bambini, i quali avevano dai 6 ai 9 anni. Per quanto riguarda l’organizzazione delle lezioni e del programma, avevo la completa libertà, anche perché l’inglese non è molto conosciuto in Perù. Dopo alcune ricerche avevo deciso che avrei affrontato l’argomento utilizzando un’approccio non formale alla materia.

Dato l’età dei bambini infatti, era secondo me inutile cercare di insegnar loro complicate regole di grammatica e di sintassi. Preferii quindi insegnargli alcune parole, con l’ausilio di immagini, disegni e canzoni.Mi sembra che i bambini si siano divertiti molto e abbiano imparato alcune parole e suoni a loro sconosciuti. La soddisfazione più grande è stata quando, alla recita finale, i ragazzi hanno cantato da soli una canzone natalizia da me insegnatagli: ero davvero commossa!

Per quanto riguarda il lavoro in cucina, mi è stato soprattutto utile per approfondire i rapporti umani con persone che hanno tutt’altra cultura e mentalità. Ogni giorno era un piacere entrare in cucina, scherzare con le cuoche e raccontar loro storie sull’Europa e sul mio paese. Ho dovuto pure adeguarmi alle loro tecniche nella preparazione dei pasti: non esistono lavastoviglie o apparecchi elettrici; tutto deve essere fatto a mano.

Questa è stata, in poche parole, quella che io chiamo la mia “esperienza peruviana”. Tre mesi della mia vita in cui ho imparato molto e ho avuto la possibilità di mescolarmi ad un popolo con cultura, abitudini e tradizioni completamente diverse dalle nostre.

Un popolo che non è abituato a tutte le nostre tecnolognie e comodità. Un popolo semplice, che non soffre per le sue scarse possibilità economiche e si è adattato semplicemente a vivere “con meno”. Un popolo a cui come noi piace divertirsi ed è pronto ad accoglierti nella sua terra, se sei disposto a essere amico loro.

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