
Il mese scorso è stato presentato al Parlamento europeo il report Women State Trafficking che raccoglie 33 nuove testimonianze sulla vendita di donne migranti tra Tunisia e Libia. Due delle testimoni hanno partecipato alla presentazione del report e hanno raccontato la loro storia.
Il dossier, realizzato da un team di ricercatori internazionali con il sostegno di varie associazioni, è il completamento di quello del gennaio 2025, che aveva documentato gli arresti arbitrari di migranti effettuati in Tunisia, il loro trasporto verso la frontiera libica, la “vendita” a gruppi armati libici e la prigionia fino al pagamento del riscatto. Il nuovo rapporto si concentra soprattutto sull’accanimento effettuato sul corpo delle donne.
Nel corso di un anno e mezzo 7400 sono state le vittime della “tratta di Stato” tra Tunisia e Libia, ovvero dello scambio di merce umana in cambio di denaro, carburante e droga.
Le donne rappresentano una “merce pregiata” e la loro destinazione finale è il lavoro sessuale forzato e la schiavitù domestica.
In tutte le fasi del processo (nelle caserme tunisine dove vengono rinchiuse illegalmente, al confine, nelle prigioni libiche e nei luoghi di sfruttamento successivi) le donne sono vittime di violenze sessuali.
Una parte del rapporto denuncia inoltre la totale assenza di cure: donne incinte restano senza assistenza, non vengono forniti farmaci, i bambini vivono senza latte, pannolini, visite mediche. Una testimonianza riferisce la morte di un bambino dopo settimane di alimentazione insufficiente.
Le donne, acquistate all’ingrosso alla frontiera tunisina, vengono poi rivendute al dettaglio in Libia.
Tra le 19 donne intervistate, sette sono state avviate al lavoro sessuale forzato come condizione per riottenere la libertà. Una testimone racconta di essere stata venduta in due case di prostituzione diverse mentre aveva con sé la sorella di otto anni: quando si rifiutava di prostituirsi, la minacciavano di prendere la bambina al suo posto.
Le donne che non finiscono nei bordelli sono condannate alla schiavitù domestica.
Il dossier insiste anche sul ruolo politico dell’Europa. La Tunisia, scrive il collettivo di ricercatori, ha costruito dal 2023 un sistema di intercettazioni in mare, arresti ed espulsioni collettive verso la Libia «grazie all’impiego di ingenti fondi europei».
La ricerca ha anche lo scopo di riaprire il dibattito sulla responsabilità dell’Unione europea nell’attribuzione dello statuto di “paese terzo sicuro” alla Tunisia. Nelle raccomandazioni finali il dossier chiede infatti, tra le altre cose, la sospensione di ogni nuovo finanziamento europeo a favore di Tunisia e Libia finché non saranno chiarite le loro responsabilità nel traffico di esseri umani.
Per fortuna dal punto di vista giudiziario, qualcosa si sta muovendo: alla Corte africana dei diritti dell’uomo sono stati infatti depositati due ricorsi contro la Tunisia per detenzione arbitraria, basati sulle testimonianze di due sopravvissuti, oggi in sicurezza in Italia e rappresentati legalmente dall’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI).