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“Ciao ragazzi, io vado. Ci vediamo domani!”.
Mehrez ha il pallone tra i piedi, lo ferma un
attimo, alza lo sguardo un nanosecondo, il tempo
di un’occhiata fuggente, un gesto di saluto con la
mano, e poi riprende l’azione. Mehrez ha fatto
quello che avrebbe fatto qualunque altro mio amico
al suo posto: la differenza è che tra me e Mehrez
a separarci c’è una recinzione e del filo spinato.
A fermarsi un attimo e raccontarlo, a rivederlo
nella memoria, vengono i brividi. Ma quando lo
vivi, non è poi così male, perché ti ci abitui.
Quella recinzione e quel filo spinato, al momento
sono la nostra normalità, la nostra quotidianità.
E l’unico modo per non sfasciare tutto e mandare
tutto all’aria è far finta che non ci siano.
I migranti tunisini sono arrivati a San Piero
mercoledì 6 febbraio, nel pomeriggio. Io ero fuori
con i compagni di Africa Insieme ad aspettarli, a
dar loro il benvenuto. Anche se ti senti una
imbecille a dare il benvenuto nel filo spinato. Ma
tant’è.. Li vediamo scendere, cappuccio della
felpa calato in testa, ci hanno dato le spalle e
via, verso i controlli sanitari. Ad attenderli i
volontari della Misericordia e della Croce Rossa,
muniti di mascherine, guanti, sembravano i tecnici
giapponesi che combattono contro il nucleare a
Fukushima. Mi chiedo quale legge sanitaria imponga
a dei volontari di accogliere i migranti conciati
in quel modo..di cosa ha paura la legge? Chi vuole
proteggere? Non sarebbe stata meglio una stretta
di mano, ai controlli ci pensiamo dopo? Un attimo
di pace per ragazzi che sono in un posto
sconosciuto, circondati dal filo spinato?
Il cappuccio resta calato in testa, nessuno si
avvicina, non è paura. E’ pudore. Il loro e il
nostro, che infatti non abbiamo nessuna macchina
fotografica, che ci guardiamo, e continuiamo a
parlare ma forse dentro sentiamo tutti la stessa
cosa: quella sensazione di pudore, di rispetto che
va al di là di ogni cosa.
Da allora sono tornata, siamo tornati, a San Piero
tutti i pomeriggi. I migranti non sono più i
migranti, sono Mehrez, Thamef, Jihad, sono volti,
sguardi, accenti, sorrisi, voci. Stiamo imparando
a conoscerli, e stanno imparando a conoscerci.
Ridiamo mentre mi dicono “io sono disoccupato e
tu?” eh, “io anche sono disoccupata”.
Proviamo a dargli dei rudimenti di italiano, e
loro ci danno dei rudimenti di arabo. Ci
divertiamo, la lingua è il mezzo che stiamo usando
per diventare umani, per superare quel filo
spinato. L’italiano e l’arabo. Due lingue che
hanno la stessa funzione: parlarci.
Alcuni hanno una voglia enorme di raccontare del
loro percorso migratorio: ieri Paolo (i ragazzi si
divertono a darsi dei nomi italiani e dare a noi
dei nomi arabi, anche se ancora non si sono
accordati su quello più adatto a me: ahisha o
Aruma) ci ha fatto trovare un disegno, una barca
stipata di omini (quelli che fanno i bimbi, un
cerchio come testa, una linea per il corpo e le
braccia) e ci ha raccontato, che sulla piccola
nave i migranti erano dappertutto e poi ha scritto
RISC – grande in maiuscolo, 600 Tunisino RISC.
Mentre ci ripenso ora, mentre scrivo, mi viene da
piangere. Merda. In quegli occhi, in quei sorrisi,
c’è molto di più che la gioia di essere in Italia,
c’è la consapevolezza di essere VIVI. Paolo ha
voglia di parlare, ci racconta che hanno pagato
1000 euro a testa per quel viaggio. 1500 se viaggi
col bambino. Mentre lui parla io osservo il
disegno, quando snocciola questi numeri alzo gli
occhi, e gli dico: merda 600 mila euro. Lui non
parla italiano e anche poco francese. Ma ci
capiamo subito, Paolo fa all’amico dei gesti,
ridiamo, ci diciamo in quella lingua che è solo
nostra che ho capito il business che ci sta
dietro. Gli dico, lentamente: sono siciliana,
anche io nord africana. E giù a ridere.
Mi chiedo se il ministro Maroni nella sua solerzia
nel decidere i rimpatri, sia stato altrettanto
solerte nel controllare i flussi di denaro che
vanno dagli scafisti alla mafia italiana. Forse ha
delegato Previti.
I ragazzi sono una trentina, di questi solo 10-12
vogliono rimanere in Italia, gli altri tutti verso
la Francia dove li aspettano amici e parenti. Ci
dicono che hanno bisogno di imparare l’italiano,
che quello che insegna loro Said nel primo
pomeriggio non è abbastanza. Noi siamo e saremo lì
per quello. Mentre la politica ragiona di massimi
sistemi, io da mercoledì ho dei nuovi amici. |