|
Sabato 9 aprile
2011. Non mi chiamo più Marco, mi chiamo Mahmood,
anzi no, Samir. Lo abbiamo deciso per scherzo con
i ragazzi tunisini che siamo andati a trovare a S.
Piero a Grado. Ieri e oggi. Eravamo un bel po’ di
persone. Della mia associazione (El comedor
estudiantil Giordano Liva), di Africa Insieme, gli
studenti di Scienze per la pace, e poi altre
persone venute così singolarmente.
Sono i ragazzi provenienti dalla Tunisia sbarcati
dopo viaggi allucinanti a Lampedusa, là rimasti ad
attendere nei giorni estenuanti dell’emergenza, e
poi trasportati qua e ora alloggiati in questa
struttura a S. Piero a Grado. Anzi, più che
ospitati, detenuti. E non è questione di come sono
trattati: tutte le persone che gestiscono il posto
sia noi che loro li abbiamo visti gentili e
disponibili. È una questione che va al di là: di
un governo che ha deciso che così doveva essere.
Ed è surreale vedere dei ragazzi di trent’anni
dietro il filo spinato. Anche perché anche noi che
siamo di là da quella rete abbiamo la stessa
identica età e in alcune cose non è che siamo poi
così diversi, anzi.
In questi giorni abbiamo fatto quello che facciamo
normalmente durante l’anno: abbiamo fatto dei
corsi di italiano, per fornire loro degli
strumenti immediatamente utili per quello che
vorranno fare “dopo”.
Ma più che di strumenti qui si tratta di
socializzare, o meglio comunicare, raccontarsi,
scambiarsi informazioni, idee o ancora di più
battute e scherzi. Quelle due file di ragazzi e
ragazze da una parte e dall’altra della rete,
ognuno con fogli e dizionari in mano, l’uno
insegna l’arabo all’altro, l’altro l’italiano. Nel
mezzo un bel po’ di francese più maccheronico che
mediterraneo. E così quelle parole che passano da
una parte all’altra della rete, quei foglietti in
cui ci si scambia la conoscenza delle parole,
quelle mani che si stringono attraverso quelle
maglie metalliche, gli accendini e sigarette da
una parta all’altra, i fili d’erba per bloccare il
filo spinato ed evitare di farsi male: tutto
questo mi ha dato come l’impressione che con quei
gesti quella rete e quel filo spinato fossero
quasi scomparsi – anche se erano lì ben presenti e
freddi, ed anche ora mi rimane nella testa come
un’immagine surreale che mai avrei pensato di
vedere.
Man mano che si parla si prende confidenza,
vengono fuori i caratteri, le storie, le speranze
e anche la voglia di recuperare un’atmosfera in
cui si parla e si scherza, come due gruppi di
ragazzi giovani fanno normalmente quando si
incontrato: vien fuori quello estroverso e
chiacchierone – che dopo un po’ ci parla in arabo
mentre noi gli rispondiamo in pisano –, quello
timido, quello che fa capolino da dietro e ogni
tanto lancia la sua battuta. E poi le storie. Chi
ha studiato come perito elettronico, chi ha
lavorato in un negozio di vestiti, chi faceva il
pescatore, chi studiava e chi arrancava tra mille
lavoretti in attesa di un lavoro un po’ più
stabile (e questa storia devo dire che mi ricorda
qualcosa…). Non mi viene da far loro le domande da
telegiornale. Piuttosto cosa si aspettano e cosa
vogliono. Le risposte sono state molte. Chi vuole
andare in Francia, chi rimanere qui, chi è lo
stesso purché trovi un lavoro e un appartamento in
affitto. Sarà il lavoro, sarà forse anche la
voglia di un’esperienza che ora è finalmente
possibile vivere (quella di andare in Europa e
provare a vivere un po’ lì) e poi si vedrà cosa
viene, magari basta averla fatta una volta nella
vita, poi si deciderà. Un ragazzo mi dice che sono
8 anni che aspetta di partire. Ora che Ben Alì è
caduto e i controlli non ci sono più è stato
possibile per lui e molti altri realizzare quel
desiderio. La guerra in Libia e l’arrivo in
Tunisia di moltissimi rifugiati, il lavoro che
ancora manca, un paese che tuttora porta i segni
della corruzione e della devastazione economica e
sociale lasciata da tutti quegli anni di regime,
hanno fatto il resto. Ed ora che ci si è liberati
spesso a costo della vita, si può riprendere in
mano la propria vita e partire. Molti in mare non
ce l’hanno fatta. Loro sì. E la prima
preoccupazione è telefonare a casa e dire che si è
vivi. Ora aspettano il permesso di soggiorno
temporaneo con già in testa la voglia di andare e
trovare lavoro o quello che sarà.
Non mi riportano alla mente immagini oleografiche
di emigranti di un tempo. Mi ricordano più me
stesso o i miei amici che vedo partire per gli
altri paesi in cerca di un lavoro o di un
contratto che qui non arriva mai: se chiedessi a
loro una perfetta descrizione delle proprie
prospettive socio-lavorative (!!!) forse mi
risponderebbero allo stesso modo di molti miei
conoscenti.
Ci si scambia domande su gusti musicali o
calcistici: a me in effetti Justin Timberlake, o
Antonello Venditti o Eros Ramazzotti non è che
proprio mi facciano impazzire…, e anche il calcio
beh lo seguo poco. Molti di noi forse scansano
quello che invece loro ammirano come immagine
della “nostra società”. Ma forse il punto non è
questo e sono comunque tanti gli argomenti sui
quali ci si è potuti parlare come coetanei che si
raccontano il proprio percorso e quello che ci si
aspetta dal futuro. Forse per troppo tempo da
questa sponda del mare è mancata la voglia davvero
di parlare di un futuro per noi come persone in
carne ed ossa, ancora di più per noi giovani
schiacciati dai mille contrattini precari ma anche
di più da una collettività che ci dimentica, dove
non abbiamo posto. Più che sollevare grandi
questioni – che servono solo a non guardare in
faccia quei ragazzi e noi – è giunta l’ora di
costruirlo davvero quel futuro: un futuro pur
incerto ma che deve iniziare da ora ad essere
reale e concreto. Le possibilità e la voglia ci
sono. Questo almeno è quello che mi sembra di aver
imparato in un pomeriggio a sedere di qua da una
rete.
Lungo la strada che scorre lì a un metro – e
questo è un po’ nel nostro carattere italiano –
sono molti i curiosi che passano con la macchina
(magari la “bigattiera” ad aprile non è proprio di
strada per andare a casa ma tant’è…) e rallentano
per vedere quelle persone in carne ed ossa di cui
si è sentito parlare al telegiornale ma che poi
sono persone vere e sono lì. |